INDUSTRIA

TRIESTE, UN'INDUSTRIA ES.TE.TA.: ESPORTATRICE, TECNOLOGICA, DEI TALENTI

a cura del Centro Studi Confindustria

1. Trieste e il suo ambito socio-demografico

Lo scopo della ricerca è l’analisi dei possibili scenari di sviluppo del settore manifatturiero e, più in generale, del settore industriale in senso stretto per la provincia di Trieste. L’analisi deve partire dalle specificità della provincia di Trieste e del suo tessuto economico e produttivo e il contesto di medio-lungo periodo all’interno del quale lo sviluppo futuro dell’industria triestina si deve realizzare.

Dal punto di vista socio-demografico la provincia di Trieste presenta le seguenti caratteristiche:

  • un decremento della popolazione tra il 2002 e il 2008 che ha registrato un’inversione di rotta solo nell’ultimo biennio;
  • una popolazione con una forte dinamica di invecchiamento, in cui l’indice di sostituzione del mercato del lavoro (nuovi lavoratori ogni 100 pensionati) è pari a 54 nel 2008 ed è il più basso tra quelli delle province nordestine;
  • una provincia ricca, al 12° posto nella classifica nazionale in termini di valore aggiunto pro capite, pari a 28.477 Euro nel 2008 e in forte crescita nell’ultimo decennio

2. Il contesto manifatturiero e industriale

Il settore manifatturiero triestino si è sviluppato in maniera diversa rispetto alle province limitrofe del Nord Est:

  • il peso percentuale dell’industria in senso stretto in termini di valore aggiunto è stato nel 2008 il più basso (10,3%) rispetto a quello di tutte le province concorrenti del Nord Est (25,9%), alla media regionale (21,5%) e a quella nazionale (20,8%) e ha percorso negli ultimi 15 anni un trend decrescente (nel 1995 era pari al 15,1%), così come è accaduto peraltro in Italia e nelle altre province del Nord Est, ma in maniera più ripida;
  • con riferimento alla composizione del tessuto industriale per classe di addetti nel 2008 la provincia di Trieste ha avuto rispetto alle circoscrizioni territoriali concorrenti la percentuale più alta di imprese grandi (0,7% con più di 250 addetti) e micro (82,5% da 1 a 9 addetti, in questo caso Trieste è seconda a Bolzano) e la percentuale più bassa di imprese piccole (14,9% da 10 a 49 addetti, sempre dietro a Bolzano) e medie (1,9% da 50 a 249 addetti);
  • la composizione del tessuto industriale per attività economica è rimasta sostanzialmente costante dal 1997 al 2009 con circa il 60% delle imprese concentrate in cinque settori: industrie alimentari; fabbricazione e lavorazione di prodotti in metallo (escluse le macchine); fabbricazione di mobili e altre industrie manifatturiere; editoria, stampa e riproduzione di supporti registrati; fabbricazione di apparecchi medicali, di precisione, strumenti ottici e orologi;
  • il numero delle imprese manifatturiere e industriali attive è costantemente diminuito nel periodo 1997-2009, con una variazione percentuale cumulata superiore al 13%, maggiore di quella di tutte le province concorrenti del Nord Est e in linea sostanzialmente solo con quella di Udine. Tale trend negativo non si è interrotto nei primi 9 mesi del 2010;
  • la densità delle imprese attive sia manifatturiere sia industriali (numero di imprese ogni 1.000 abitanti) era già largamente la più bassa (6,8 per quelle industriali) nel 1997 rispetto alla media regionale (11,6), del Nord Est (14,6) e a quella nazionale (11,2). Il ranking triestino è confermato al termine del 2009 con un valore che si è nel tempo ulteriormente ridotto (6,2);
  • il saldo demografico delle imprese industriali (differenza fra imprese iscritte e cessate nel corso dell’anno) si è mantenuto negativo dal 1997 al 2009 per ogni anno di rilevazione, con un saldo aggregato finale negativo di 698 imprese;
  • il distretto del caffè è l’unico riconosciuto con legge regionale e censito nell’Osservatorio dei Distretti Italiani con 15 imprese partecipanti nel 2009, 618 addetti nel 2008 in crescita del 5% rispetto all’anno precedente, esportazioni pure in crescita del 5% e pari a 101 milioni di Euro nel 2009. Un’altra realtà importante è quella del distretto tecnologico di biomedicina molecolare che opera all’interno di AREA Science.

3. I punti di forza e di debolezza per lo sviluppo dell’industria

Il territorio presenta caratteristiche che racchiudono delle potenzialità per il futuro sviluppo dell’area:

  • la storia, la cultura e la geografia di Trieste le conferiscono il ruolo di porta verso il Mediterraneo, la Mitteleuropa e non solo. Guardando all’economia triestina nel suo complesso i valori della propensione alle esportazioni (valore delle esportazioni di beni sul valore aggiunto) e del grado di apertura (valore delle esportazioni e delle importazioni di beni sul valore aggiunto) presentano valori assoluti più bassi di molte province concorrenti e hanno avuto nel periodo 1999-2008 un incremento più contenuto, e in linea con la performance nazionale. Limitando l’analisi al settore industriale in senso stretto, la propensione alle esportazioni e il grado di apertura a Trieste presentavano già nel 1999 valori fra i più elevati rispetto alle province concorrenti (rispettivamente 148,1 e 261,6 per Trieste rispettivamente secondi solo a quelli di Gorizia e Verona), e nel periodo 1999-2008 hanno seguito un trend crescente, analogo a quello delle altre circoscrizioni territoriali, ma molto più rapido. Trieste nel 2008 è risultata la provincia con i valori più alti per i due indici riferiti al settore industriale. Questo risultato è un forte indizio del fatto che l’industria triestina è maggiormente propensa a esportare i suoi prodotti o, per lo meno, ha un’elevata attitudine ad aggiungere fasi di lavorazione e riesportare prodotti precedentemente importati ed è comunque internazionalizzata. In uno scenario di ridisegno delle filiere produttive a livello globale l’apertura all’estero e l’internazionalizzazione stanno divenendo sempre più un fattore decisivo per lo sviluppo del settore manifatturiero ed è dunque un fattore su cui puntare sempre di più. Tuttavia è necessario anche considerare che vi è la possibilità che una buona parte di quei beni industriali esportati da questo territorio non siano prodotti dalle imprese triestine, ma provengano con buona probabilità dalle province limitrofe del Friuli Venezia Giulia e del Veneto per essere trasportate all’estero attraverso il porto di Trieste;
  • Trieste conferma il suo ruolo di porta verso l’Est anche grazie al ruolo del suo porto che come infrastruttura idonea al mercato delle esportazioni cui sembrano avvalersi anche le imprese del contesto regionale;
  • sul territorio provinciale sono presenti tre istituti di alta formazione (MIB School of Management, SISSA e Università degli Studi di Trieste) e 26 centri di ricerca, di cui alcuni, come AREA Science Park e il Centro Internazionale di Fisica Teorica, riconosciuti come eccellenze a livello internazionale. La capacità innovativa di tali strutture specializzate e la vocazione triestina per la ricerca scientifica costituiscono un potenziale che va valorizzato nell’ottica di un più intenso trasferimento tecnologico verso l’industria. Tale trasferimento dovrebbe servire innanzitutto a difendere le posizioni competitive acquisite dalle imprese leader. Allo stesso tempo dovrebbe rafforzare la competitività delle imprese di minore dimensione favorendo il loro processo di transizione verso una struttura produttiva a più alto contenuto di valore aggiunto. Nell’attuale fase di sviluppo industriale italiano in cui le imprese italiane hanno per ragioni diverse perso competitività sia verso i competitor low cost sia verso quelli high cost la capacità di innovazione e, dunque, le sinergie e il trasferimento tecnologico dagli enti di ricerca all’industria sono un fattore su cui puntare, soprattutto se si dispone in un ricchissimo sistema di enti per il trasferimento tecnologico;
  • il valore aggiunto pro capite a prezzi correnti della provincia di Trieste è fra i più alti d’Italia (nel 2008 pari a 28.477 Euro contro i 23.552 e 27.967 Euro di Italia e Nord Est rispettivamente) ed è cresciuto nel periodo 1997-2008 molto più rapidamente (67%) rispetto alla media nazionale e del Nord Est (42 e 38% rispettivamente). L’elevata qualità della vita nella provincia di Trieste è stata certificata ripetutamente da analisi quali quella de Il Sole 24 ore (dal 2000 al 2010 solo una volta Trieste è uscita dalla top-ten), e l’elevata dotazione di infrastrutture sociali, culturali e ricreative rilevata dal rapporto Unioncamere 2010 ne è un’ulteriore conferma. Tutti questi elementi, uniti alle già citate presenza del sistema della ricerca e dello sviluppo scientifico e naturale vocazione triestina all’apertura internazionale, facilitano una politica per l’attrazione di talenti italiani e stranieri e di capitale umano intellettuale necessari a rendere sempre più brain intensive la produzione manifatturiera nel nuovo paradigma di organizzazione economica e produttiva industriale basato sull’innovazione ad alto contenuto di conoscenza che Rullani (2011) definisce il “capitalismo globale della conoscenza”.


Il territorio presenta punti di debolezza e lo sviluppo è caratterizzato da fattori critici che se affrontati e sfruttati appropriatamente, possono dare vita anche a nuove opportunità di crescita:

  • la centralità della provincia di Trieste nell’Alto Adriatico pone l’industria triestina in competizione non solo con le province del Nord Est, ma anche con le regioni dei paesi confinanti affini alla zona triestina anche per ragioni storiche e culturali. In Slovenia, in particolare, l’azione politica è fortemente indirizzata ad aumentare l’attrattività, cioè la capacità di calamitare dall’estero non solo capitali ma anche imprese. Un qualche indizio su questo fenomeno viene da alcuni dati sull’intensità dei flussi di importazione ed esportazione della provincia di Trieste con i Paesi limitrofi: dal 1995 al 2008 il valore delle importazioni a prezzi correnti della provincia di Trieste dalla Slovenia è rimasto praticamente identico (circa 40 milioni di Euro); nello stesso periodo le esportazioni di Trieste verso la Slovenia si sono dimezzate. Una riduzione molto forte nel valore delle esportazioni si è verificato anche per Croazia e Macedonia. Contemporaneamente nei settori in cui sono diminuite le esportazioni da Trieste, in questi paesi si è registrato un aumento del valore aggiunto prodotto. Questi dati sembrerebbero suggerire che in questi anni le economie di Slovenia, Croazia e Macedonia hanno sviluppato internamente alcuni dei settori da cui proveniva una parte importante delle loro importazioni da Trieste;
  • nella provincia di Trieste, che è già la più piccola d’Italia con i suoi sei comuni estesi su una superficie di 211 km2, la possibilità di insediamento di realtà industriali di tipo estensivo tradizionale è ridotta dall’indisponibilità di aree che dovrebbero essere state sottoposte a bonifica e a ripristino ambientale già da tempo; tale bonifica, così come la riconversione della ex-Ferriera Lucchini, è rallentata da questioni burocratiche e politiche. Perciò lo sviluppo futuro di Trieste non può che essere intensivo, basato maggiormente sul capitale umano intellettuale piuttosto che sul capitale fisico;
  • Trieste ha dotazioni di primo livello, molto superiori alla media nazionale e del Nord Est, per i quattro fattori infrastrutturali fondamentali per lo sviluppo delle attività produttive: infrastrutture portuali, aeroportuali e ferroviarie; impianti e reti energetico-ambientali; servizi bancari e tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Solo la rete stradale sarebbe insufficiente. Dalla rassegna stampa locale e dal report “iProvincia di Trieste” di Fondazione Nord Est (2011) la questione delle infrastrutture per il trasporto emerge, invece, chiaramente come uno dei freni alla crescita di Trieste. In particolare, l’ampliamento del porto, la piattaforma logistica, i corridoi di accesso ferroviario al porto e la linea ferroviaria ad Alta Velocità lungo il corridoio 5 Traspadano emergono come problemi aperti la cui mancata soluzione penalizza lo sviluppo dell’area. Anche in questo caso la riqualificazione del Porto Vecchio da punto debole può trasformarsi in potenzialità di crescita, date le sinergie fra il settore dei servizi che dovrebbero stabilirsi in quell’area e il settore della nautica e il comparto navale;
  • a parte il caso del distretto del caffè, si è finora assistito a un’insufficiente diffusione dei distretti, a differenza di quanto avvenuto tipicamente nel Nord Est e sul versante friulano della regione: il distretto della nautica è ancora inadeguatamente sviluppato e troverebbe, come già detto, nella valorizzazione del Porto Vecchio un’opportunità di crescita, mentre il distretto tecnologico di biologia molecolare dovrebbe essere coinvolto in un’opera di più intenso trasferimento di conoscenza dai centri di ricerca alle imprese. L’organizzazione produttiva dei distretti industriali, nella moderna composizione del distretto gerarchizzato in cui appare centrale il ruolo dell’impresa leader, può costituire il modello di riferimento in un territorio ricco di imprese micro che devono crescere per rilanciare la produttività, ridurre i costi attraverso economie di agglomerazione, attivare reti che siano in grado di avere accesso alla ricerca e sviluppo.

4. Scenari di sviluppo futuro: economia globale e dinamiche

Le modalità di sviluppo del settore manifatturiero negli anni Duemila si sono progressivamente modificate e l’intervento della più importante crisi negli ultimi ottanta anni ha messo ulteriormente in luce la necessità per le imprese del manifatturiero di adeguarsi alla nuova realtà: il Centro Studi Confindustria in “Scenari Industriali” n. 1 del giugno 2010 ha mostrato come la geografia dell’industria mondiale e italiana sia cambiata profondamente nel corso degli anni Duemila. L’affermarsi di nuovi produttori e anche di nuovi mercati ha comportato la riorganizzazione delle filiere su scala globale; la riduzione del grado di integrazione verticale dei sistemi industriali europei e il decentramento delle fasi di lavorazione nelle economie emergenti hanno permesso la costituzione di catene di fornitura globali che hanno di fatto aumentato i traffici internazionali di beni intermedi. In questo panorama l’Italia, a partire dal 1996 e fino alla crisi, ha conosciuto una nuova fase di sviluppo del manifatturiero caratterizzata dalla riduzione del numero delle imprese e dalla stabilizzazione (se non già l’aumento) della dimensione media d’impresa. La crisi è intervenuta in questo contesto e ha messo fuori gioco molte delle imprese che non si erano ancora attrezzate ristrutturandosi. In un mercato di filiere globali l’internazionalizzazione è una delle variabili chiave per lo sviluppo e il recupero di competitività delle imprese manifatturiere. Assieme a: la capacità di innovazione ad alto contenuto di conoscenza che permette di passare a una produzione sempre più brain intensive; la capacità di innovare i prodotti e anche il modo di fare impresa, e quindi l’apertura all’esterno in termini di capacità manageriali e finanziarie; la capacità delle imprese di aggregarsi e fare rete-sistema; la capacità di mantenere alta la reputazione dell’azienda attraverso l’attenzione alla qualità del prodotto (ad esempio, il caffè), a uno standard che sia facilmente riconoscibile come autentico made in Italy e possa trovare sbocco nei nuovi mercati di consumo “emersi” dopo la crisi; la capacità di soddisfare rapidamente le esigenze dei clienti. Adoperando queste leve, molte imprese hanno attraversato la crisi uscendone se non vincenti, per lo meno non sconfitte e pronte a ripartire per un futuro di sviluppo e di successo.

5. Per Trieste: un’industria Es.Te.Ta.

Lo sviluppo del tessuto industriale triestino deve basarsi sulla riorganizzazione della struttura produttiva, con particolare attenzione alle micro e piccole imprese, sulla promozione della filiera del sapere e della conoscenza e sulla valorizzazione del capitale umano. Vanno sciolti alcuni nodi che frenano la competitività delle imprese a cominciare, da una parte, da un’offerta di ricerca, innovazione e alta formazione di capitale umano intellettuale ancora poco collegata con il mondo delle imprese e dall’altra un sistema delle imprese, le quali sono in grandissima parte piccole e piccolissime, e con mezzi troppo scarsi per fare i necessari investimenti in capitale immateriale e, quindi, in R&S in modo da poter introdurre innovazioni di prodotto e di processo.
Sintetizzando le considerazioni sulla natura dell’industria triestina, tenendo conto dei punti di forza e debolezza del territorio analizzati, e considerando l’analisi del quadro economico e industriale globale e nazionale appena tracciata, lo scenario di sviluppo dell’industria/manifattura triestina che proponiamo può essere sintetizzato con l’espressione di Trieste industria Es.Te.Ta.:

  • Es. come Trieste industria Esportatrice, nel senso di una maggiore internazionalizzazione delle imprese dato che l’apertura all’estero, la proiezione verso l’export e l’ampliamento dei mercati di esportazione stanno divenendo sempre più fattori decisivi nel contesto di filiere globali nel settore manifatturiero e sono dunque un driver su cui puntare in un contesto che, come abbiamo visto, gode di una naturale propensione all’apertura all’estero. Nell’ottica di un’industria Esportatrice la piccola dimensione media dell’industria triestina costituisce un ostacolo. Le imprese piccole e piccolissime hanno oggettive difficoltà a internazionalizzarsi, a fare ricerca e sviluppo e ad attrarre capitale umano di alto profilo. L’organizzazione produttiva dei distretti industriali, che abbiamo visto essere meno sviluppata che altrove, seppure l’esistente sia di elevato livello, può costituire un modello di riferimento in un territorio ricco di imprese micro e piccole che devono crescere per rilanciare la produttività, possono ridurre i costi attraverso economie di agglomerazione, e possono, unendosi, espandersi nei mercati globali a cui da sole non avrebbero la forza, le competenze e i mezzi per accedere. Ma non solo il distretto industriale potrebbe divenire il modello produttivo di riferimento, ma anche e soprattutto la costituzione di reti di imprese, non necessariamente vicine geograficamente e non necessariamente tutte del territorio triestino, attraverso ad esempio il nuovo contratto di rete.
  • Te. come Trieste industria Tecnologica, nel senso di un necessario maggiore trasferimento tecnologico dall’importante sistema degli enti di ricerca al sistema delle imprese, sia quelle mature leader sia quelle più piccole che devono unirsi in rete per disporre delle risorse finanziarie e di capitale umano di cui altrimenti non potrebbero disporre. La capacità innovativa del distretto tecnologico triestino, specialmente nel campo delle biotecnologie e nanotecnologie e la vocazione triestina per la ricerca scientifica costituiscono un potenziale che va valorizzato nell’ottica di un più intenso trasferimento tecnologico verso l’industria. Tale trasferimento dovrebbe servire innanzitutto a difendere le posizioni competitive acquisite dalle imprese leader. Allo stesso tempo dovrebbe rafforzare la competitività delle imprese di minori dimensioni favorendo il loro processo di transizione verso una struttura produttiva a più alto contenuto di valore aggiunto. Nell’attuale fase di sviluppo industriale italiano, in cui le imprese hanno per ragioni diverse perso competitività sia verso i competitor low cost sia verso quelli high cost, la capacità di innovazione e, dunque, le sinergie e il trasferimento tecnologico dagli enti di ricerca all’industria sono un fattore su cui puntare, soprattutto se si dispone in un ricchissimo sistema di enti per il trasferimento tecnologico.
  • Ta. come Trieste industria dei Talenti, nel senso di un’attenzione particolare del settore industriale non solo alla formazione ma anche al mantenimento al proprio interno del capitale umano intellettuale, necessario per lo sviluppo di tipo intensivo basato sulle innovazioni ad alto contenuto di conoscenza. La presenza di standard di vita elevati, uniti al sistema della ricerca e dello sviluppo scientifico e alla naturale vocazione all’apertura internazionale, devono tradursi in una politica per l’attrazione di talenti italiani e stranieri e del capitale umano intellettuale per rendere sempre più brain intensive la produzione manifatturiera nel nuovo paradigma di organizzazione economica e produttiva industriale. Per rafforzare il trasferimento tecnologico dai centri di ricerca alle imprese è necessario un impegno non solo nel finanziamento della formazione di talenti, ma anche nel trattenimento del capitale umano formato nelle aziende, affinché il circolo virtuoso di formazione, innovazione e restituzione non si fermi all’accademia ma si allarghi al sistema produttivo.

In sostanza, un’industria non tanto di quantità, ma soprattutto di qualità, fondata sui  tre pilastri che  trovano terreno fertile a Trieste: l’internazionalizzazione, l’innovazione e la formazione di capitale umano intellettuale.

È necessario innescare un circolo virtuoso che parta dalla R&S e dal trasferimento della tecnologia ad alto contenuto di conoscenza, cui le imprese più strutturate accedono per difendere le posizioni concorrenziali acquisite sui mercati maturi e per usare la leva della diversificazione produttiva, e di cui le imprese con minori mezzi devono poter usufruire coordinandosi e aggregandosi. L’accesso a tale conoscenza permette alle imprese medio-grandi e a quelle piccole unite in rete di acquisire competenze, diversificare, crescere e poter guardare con maggior fiducia alla concorrenza dei mercati globali; in sostanza, di aprirsi verso l’estero. Ciò permette di attrarre e mantenere in loco i migliori talenti che non si formano più solamente sul territorio, ma restano al termine del percorso di studio e formazione alimentando il circuito del trasferimento tecnologico e della restituzione di valore aggiunto industriale al territorio che li ha formati o anche attratti da altri territori.

Fig. 1 - Il circolo virtuoso per la crescita futura
Fig. 1 - Il circolo virtuoso per la crescita futura

6. Raccomandazioni e conclusioni

Premesso che un’industria, che per tradizione e storia è caratterizzata da numeri ridotti e che si sviluppa su un territorio con scarsità di aree per l’insediamento, deve seguire un percorso per l’aumento del valore aggiunto basato sull’incremento della produttività del capitale umano più che fisico, nell’ottica del futuro sviluppo di un’industria di qualità e brain intensive indichiamo due linee di intervento: la prima per risolvere problemi attualmente aperti e la seconda per facilitare l’avvio e l’alimentazione del circolo virtuoso descritto nel paragrafo precedente.

Con riferimento alle questioni aperte

Infrastrutture: è evidente che la pronta risoluzione dei capitoli superporto, piattaforma logistica, corridoi di accesso ferroviario, Porto Vecchio darebbe slancio all’intera economia triestina incluso il settore secondario, non solo per la necessità di assicurare alle imprese le strutture fisiche necessarie ad aprirsi all’estero ma anche perché da ciò trarrebbero beneficio i servizi e una serie di comparti produttivi dell’indotto collegati, come la logistica portuale (carico/scarico, stoccaggio delle merci e meccanizzazione del lavoro sulle banchine), ma anche la nautica il cui distretto industriale non è mai veramente decollato.

Bonifiche e riconversione Ferriera: anche in questo caso, come nel precedente, è necessario un intervento forte e risoluto per poter restituire alla città, al territorio e all’economia provinciale aree bonificate che potrebbero potenzialmente ospitare nuovi insediamenti industriali. Nel caso venisse approvato dalla Provincia, come è auspicabile, un programma per una crescita intelligente e sostenibile, coerentemente con il POR del Friuli Venezia Giulia e al PNR nazionale, le aree potrebbero ospitare un polo energetico delle energie rinnovabili o una filiera di imprese della green economy, che trarrebbero beneficio anche dall’interazione con gli enti di ricerca del parco tecnologico.

Con riferimento all’avvio del processo di trasferimento tecnologico

Reti di impresa: la necessità per le piccole imprese di unirsi in rete non deve per forza assumere la forma del distretto industriale in cui l’accumulo di investimenti immateriali funziona in genere quando ci sono marchi in comune, ad esempio nel caso dei marchi agro-alimentari. Canali alternativi sono forniti dal contratto di rete, ma anche da una nuova forma di distretto “gerarchizzato” che si va diffondendo, in cui un’impresa leader sufficientemente grande per sostenere investimenti in capitale immateriale si avvale di un insieme di piccole imprese come subfornitori in singole fasi produttive. In questo sistema, in cui imprese diverse hanno ruoli diversi, si aprono opportunità di crescita e le piccole imprese, pur non aprendosi direttamente ai mercati esteri, vi partecipano come fornitori all’interno di una filiera produttiva che da frammentata diviene organizzata, grazie a rapporti di partnership stabili.

Trasferimento tecnologico: è necessario aumentare le occasioni di scambio di idee e progetti fra imprese ed enti di ricerca. Si potrebbe pensare a una qualche forma di intervento sistematico e continuo nel tempo di AREA a favore delle imprese. Il trasferimento tecnologico trarrebbe sicuramente beneficio dall’inserimento di figure intermedie fra i ricercatori e i manager delle aziende, figure che abbiano conoscenze sia della realtà aziendale e delle sue tempistiche sia della tecnicità necessaria a spiegare agli scienziati del polo tecnologico come intervenire per innovare i prodotti secondo le esigenze dell’azienda.

Formazione e mantenimento dei talenti: tali figure potrebbero essere formate appositamente per questo ruolo intermedio. L’incentivazione e/o vincolo per il talento a rimanere potrebbe essere assicurato dal finanziamento degli studi in cambio dello sviluppo di uno o più prototipi di prodotto in loco o, salvo eventuali norme ostative, della permanenza in azienda per un numero minimo di anni, pena restituzione di una parte dei finanziamenti alla formazione. Il tutto affinché ci sia il tempo perché si possa innestare e rafforzare il circolo virtuoso di formazione, innovazione, espansione all’estero e restituzione auspicabile per la crescita del sistema produttivo.

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