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TRIESTE CITTA' DELL'INTELLIGENZA

di Massimo Gardina e Enzo Rullani

Premessa: il futuro delle città

Il contesto in cui siamo tutti oggi chiamati a vivere e in cui si gioca la capacità competitiva delle città è un contesto di grande instabilità in cui non valgono più gli automatismi del passato ed è, viceversa, necessario, scegliere il proprio futuro. Allo stesso modo i territori e le città possono scegliere il proprio futuro facendo leva sul proprio passato e sulla propria identità, ma per cambiarla, andando verso direzioni che ne recuperano alcuni aspetti e ne tralasciano altri.
La costruzione attiva del proprio futuro deve essere condivisa da più soggetti (persone, imprese e istituzioni) e ha come premessa la necessità di lavorare sulla visione del futuro possibile. Da tale visione discende poi un metodo sperimentale di cambiamento che non può realizzare la transizione al nuovo in poco tempo e su scala generale, ma che può iniziare ad alimentare alcune esperienze di cambiamento che adottano la nuova prospettiva, mettendo a punto percorsi di innovazione che possono essere replicati man mano che la visione e il metodo adottati allargano il circuito della condivisione.

1. Una prospettiva per Trieste: città dell’intelligenza

Lo scopo di questo percorso di analisi è cercare di indicare come oggi Trieste possa finalmente valorizzare la sua particolare specializzazione nei servizi che la rende diversa da altre città del Nord Est che negli ultimi quarant’anni hanno affidato all’innovazione industriale la crescita produttiva e la rigenerazione delle professionalità e della società. Fino a poco tempo fa l’interrogativo per Trieste era come potersi agganciare a questo treno per non rimanere ai margini del capitalismo industriale emergente. Oggi la modernizzazione industriale passa per vie meno centrate sulla trasformazione materiale e più per investimenti e innovazioni che riguardano gli assets immateriali dell’impresa: conoscenze e relazioni. A questo si affianca un sempre più rilevante allungamento delle filiere e anche la competizione dei territori deve uniformarsi al nuovo paradigma del capitalismo globale della conoscenza.
Oggi la produttività e il reddito di ciascun luogo dipendono da modo con cui esso si integra con la catena di altri luoghi che organizzano la filiera in forme complementari, tali da utilizzare ciascun’area in funzione dei vantaggi differenziali che la caratterizzano rispetto alle altre. Inoltre all’interno di queste filiere globali è sempre meno importante avere in casa un nucleo forte di attività manifatturiere in cui si realizza la produzione materiale di macchine e oggetti. Viceversa i paesi high cost dipendono sempre più per la creazione di ricchezza dallo svolgimento di funzioni tipiche della produzione immateriale: ricerca, progettazione, programmazione e controllo, marketing, comunicazione e vendita. Sono, infatti, queste le loro competenze distintive che permettono loro di catturare nelle filiere globali il valore che compensa il loro svantaggio competitivo dal lato dei costi.
Trieste in questo contesto può trovare il suo carattere distintivo e il suo nuovo sviluppo come città dell’intelligenza: un’intelligenza selettiva che radica sul posto sapere e capacità non facilmente imitabili e trasferibili, ma che al tempo stesso impiega tali saperi e capacità nelle filiere estese.
In altre parole Trieste può trovare una sua specificità funzionale all’interno della filiera di appartenenza da cui dipende il suo ruolo, attivo o passivo, da alto a basso reddito percepito. E lo può fare, come si vedrà, a partire da quanto già è presente nel suo contesto ma andando oltre e trasformandolo e combinandolo in modo da poterlo replicare oltre i confini territoriali.
Al centro di questa sfida di cambiamento per i territori c’è la necessità di realizzare la sintesi tra due tipi opposti (e complementari di conoscenze):

  • le conoscenze generative (di tipo scientifico, tecnologico, organizzativo, comunicativo, artistico, commerciale, ecc.) che consentono a persone, aziende e sistemi locali di produrre un flusso continuativo di nuove idee, rinnovando il sapere produttivo a disposizione;
  • le conoscenze replicative che traducono il sapere generativo in prodotti, macchine, componenti, soluzioni, procedure e significati adatti ad essere facilmente riprodotti e trasferibili, in modo da accrescere i moltiplicatori di valore applicati alle nuove idee.

Così non è più sufficiente che un territorio, una città, sia un semplice contesto favorevole all’innovazione perché l’innovazione di per sé può essere in alcuni casi facilmente replicabile in altri contesti. In altre parole, non è più sufficiente avere,  nel proprio territorio, idee generative che non si traducono in prodotti replicabili, o basarsi, al contrario, su micro-innovazioni di prodotto o processo che emergono in modo saltuario e casuale. Nel primo caso si investono soldi in un’attività nobile che non rende, e che non potrà rialimentarsi; nel secondo caso si affida la salute economica del territorio a uno sciame di innovazioni che potrebbero verificarsi ovunque, anche in altri luoghi. E che dunque non danno un vantaggio competitivo da giocare nei confronti dei concorrenti presenti nei mercati mondiali.
La vera sfida è dotarsi di conoscenze qualitative e distintive che non possano essere facilmente sostituibili e che siano in grado di sfruttare grandi moltiplicatori nelle catene globali del valore che ne garantiscano il ritorno di investimento e la possibilità di sviluppare nuove idee. Dunque, l’intelligenza che conta nelle filiere, e per i territori che ne fanno parte, è quella dialogica, che mette insieme intelligenza generativa e un set di idee replicabili e trasferibili, proiettate verso l’esterno. Solo un motore del genere è capace di fare innovazioni che non siano una tantum, producendo invece un flusso continuativo di conoscenze nuove, in modo da rinnovare anno per anno l’insieme delle applicazioni e per servire mercati differenti, in evoluzione.

2. Trieste nella concorrenza tra territori

Trieste quindi deve giocare le carte di cui dispone per:


a) coltivare una propria specializzazione funzionale sul terreno dell’intelligenza generativa, che sia in grado di creare nuove conoscenze replicabili o di adattarle a contesti differenti da quello di origine (innovazioni d’uso);

b) agganciare questa intelligenza e le conoscenze replicabili che ne derivano allo sviluppo di filiere globali che danno accesso a grandi moltiplicatori di ri-uso, accrescendo il valore prodotto in rapporto all’estensione del bacino di mercato servito nei vari settori di applicazione e nei vari paesi del mondo.

In termini di scienza, capitale umano e imprenditorialità la provincia di Trieste sembra avere una buona base di partenza ma deve fare ancora passi importanti per muoversi consapevolmente e con gli investimenti giusti (pubblici e privati) in questa direzione. Molte cose restano da fare ma, soprattutto, bisogna costruire una strategia condivisa per gestire la discontinuità da affrontare.

Il primo tema è proprio questo: la necessità di acquisire la consapevolezza di non poter più agire in continuità. A Trieste c’è ancora un benessere diffuso, un’elevata qualità della vita, ma manca la consapevolezza che le basi di questo benessere si stanno esaurendo, in primo luogo in termini di risorse pubbliche da immettere nell’economia e nella società. E manca la consapevolezza dei cambiamenti irreversibili che stanno maturando su scala globale.
Il non considerare la portata di tali cambiamenti rischia di compromettere il futuro possibile della provincia di Trieste ma se, viceversa, una reazione di discontinuità si innesca, ci sono in città fonti di conoscenza generativa importanti, che la storia ha sedimentato sul territorio, che possono dare chances sul futuro possibile:

a) le attività di ricerca e sperimentazione svolte in una serie di istituzioni scientificotecnologiche che costituiscono un patrimonio di eccellenza per la provincia, rispetto alla maggior parte delle altre città italiane;

b) un rilevante investimento in capitale umano (istruzione superiore, formazione) e in sapere manageriale (MIB) cresciuto localmente insieme alle persone e alle imprese del territorio;

c) una tradizione imprenditoriale consolidata sia in alcune attività industriali che in alcuni servizi, in parte legati alla funzione portuale, e in parte derivanti dalle funzioni mercantili svolte in passato.

Finora queste potenzialità sono state poco sfruttate e non hanno generato una spinta propulsiva soprattutto per la difficoltà ad agganciarsi ad adeguati moltiplicatori, restando, soprattutto, ancorati al territorio e alla routine.

Così, ad esempio, il grande potenziale di ricerca e sapere scientifico della città rimane ancora legato a esperienze non in grado di mutare la fisionomia media del contesto produttivo provinciale. Esiste, infatti, una distanza culturale tra le persone che operano nei circuiti scientifici-tecnologici e tra i soggetti e le organizzazioni che operano nell’economia locale.

Perché il “trasferimento tecnologico-scientifico” funzioni lo schema giusto è invece quello della co-innovazione, ossia della interiorizzazione degli obiettivi di applicazione economica da parte del sistema scientifico-tecnologico locale, e della assimilazione della logica e del linguaggio della ricerca da parte di imprese che finora ne sono rimaste abbastanza lontane.
Questa ibridazione, che implica anche un cambiamento di cultura nei rispettivi campi, non si fa realizzando canali o fissando procedure di “trasferimento”. Ma si fa, facendo circolare persone che passano in modo continuativo da un campo all’altro, creando un collegamento progettuale e fiduciario nella loro mente e nel loro modo di approcciare i problemi, prima che nel trasferimento in quanto tale.

E qui arriviamo al secondo punto del gap che si è creato, nel sistema triestino, tra gli investimenti fatti in intelligenza generativa dalle persone, dalle imprese e dalle istituzioni locali e le possibilità di applicazione nel sistema produttivo locale, nella sua forma attuale.
Infatti, se l’offerta di capitale umano e di sapere imprenditoriale/manageriale ha contribuito a rendere più dinamico il tessuto produttivo locale, tuttavia, questo potenziale di conoscenza generativa non è stato sufficiente a innescare processi moltiplicativi importanti a causa del carattere tradizionale del sistema e della piccola dimensione delle imprese che ha impedito di sviluppare il valore potenziale delle persone istruite e motivate uscite dal sistema formativo locale.

Anche sul fronte imprenditoriale le potenzialità sono state poco sfruttate anche in ragione di mezzo secolo di chiusura dei confini e di restringimento dell’orizzonte in cui utilizzare le proprie capacità che hanno inibito la modernizzazione e la crescita in molti settori che, salvo eccezioni, hanno seguito percorsi tradizionali.

A questo si lega anche la mancanza di un circuito evoluto di servizi alla persona e al consumo (si vede su questo anche il capitolo sul turismo) che dovrebbe/potrebbe generare una domanda intelligente, ossia in grado di stimolare, apprezzare e pagare soluzioni innovative, proposte dall’offerta anche locale.


Tuttavia, nonostante questi limiti, il sistema triestino ha al suo interno risorse potenziali (in termini di sapere scientifico, capitale umano, intelligenza terziaria) che sono maggiori di quelle di cui dispongono molti altri sistemi concorrenti. La specializzazione nei servizi è una condizione di partenza che oggi non ha più gli handicap che l’hanno accompagnata fino al 2000: nel capitalismo globale della conoscenza la produzione immateriale può essere il cuore pulsante di processi innovativi, anche manifatturieri, distribuiti nel mondo, purché l’intelligenza generativa che li riguarda abbia solide radici – per certi aspetti – in provincia.
È da qui che bisogna partire, ma non è qui che bisogna rimanere. Occorre andare oltre, re-interpretando il ruolo svolto sinora dalle attività locali.
Gli elementi da cui partire per re-interpretare il futuro di Trieste oggi sono:

  • la ricerca e sviluppo, i servizi sanitari, quelli legati all’istruzione e quelli di tipo finanziario che oggi mostrano una dinamica di crescita e appaiono come il perno su cui innescare le future attività imprenditoriali, sviluppando e implementando ulteriormente il know how esistente in tali settori;
  • l’investimento in capitale intellettuale realizzato dalle strutture locali (AREA Science, Università, SISSA, MIB, ecc…) deve essere sempre più vicino alle esigenze dell’economia locale per aiutarla a sviluppare idee, innovazioni, prodotti, soluzioni che siano spendibili sui mercati globali sempre più sofisticati e complessi;
  • l’Università che già mostra una forte capacità di attrazione e un bacino di utenza internazionale in grado di dare un contributo importante all’economia della città e che già rende disponibile una quota importante di laureati e contribuisce con la ricerca a mantenere la provincia di Trieste all’interno della rete mondiale del sapere. Tuttavia, è necessario spingere affinché questo sapere non sia solo esportato, ma rimanga anche nel circuito locale per favorire una trasformazione importante del sistema produttivo complessivo al fine di far evolvere le tipologie di gestione aziendale e per rinnovare i modelli di business (ricerca e sviluppo, design, progettazione, comunicazione, linguaggi formali, reti ampie di approvvigionamento e di vendita);
  • AREA Science che in questi anni ha mostrato grande attenzione al tema del trasferimento tecnologico e che ha saputo aprire il suo bacino di operatività anche al Sud Italia e nell’Est Europa. Tuttavia, è in questo ambito che appare necessario spingere ancora di più per favorire il contatto diretto – di idee, di linguaggi, di persone – tra il polo del sapere scientifico-tecnologico e il sistema esteso e differenziato delle imprese locali, che preferisce usare un sapere pratico, poco o per niente collegato con le novità sviluppate in AREA. Il suggerimento è quello di andare oltre l’approccio tecnology pull, favorendo invece quello demand pull, dove sono le esigenze delle imprese a generare lo sviluppo di nuove soluzione avanzate dal punto di vista tecnologico e scientifico.

3. La strategia del surfista: usare le energie delle onde per andare

Appare, quindi, chiara la necessità di avviare un cambio di direzione, anche tenendo conto che alcune delle attività e delle fonti di reddito che hanno fatto la storia e il presente della città e della sua provincia (come la Pubblica Amministrazione) cominciano ad avere il fiato grosso ed è possibile prevedere un loro declino in termini di posti di lavoro e di reddito.
Questo cambiamento non può essere frutto di un’evoluzione spontanea, ma ha necessità di due elementi essenziali:

a) un disegno di cambiamento condiviso da parte dei soggetti presenti della realtà cittadina e co-interessati alla trasformazione della cultura e degli equilibri esistenti;

b) un insieme di investimenti che “scommettano” a rischio sul futuro prescelto, e che possano far leva sulla forza delle due grandi onde (la globalizzazione dei mercati, la smaterializzazione del valore) che stanno trasformando l’assetto dell’economia mondiale e dei singoli luoghi in essa concorrenti.

Come il surfista sfrutta l’energia delle onde per andare dove vuole lui, e non dove semplicemente lo porta il mare, a un progetto realistico di cambiamento servono tutte e due le cose: da un lato l’energia che mette in moto processi rilevanti, capaci di incidere e di trascinare; dall’altra una meta che eviti di andare dove vanno tutti, spinti semplicemente dalla corrente.
Si tratta di due condizioni che non maturano dovunque, e simultaneamente, come invece è necessario per affrontare globalizzazione e smaterializzazione con la strategia intelligente del surfista: e questo farà la differenza, nel giro di qualche decennio, tra i territori che sono riusciti ad avviare questo circolo virtuoso, e quelli che per una ragione o per l’altra, non l’hanno fatto.
I cambiamenti intervenuti a livello globale, il cambiamento del paradigma di riferimento, oggi sembrano favorire una realtà come quella triestina che nel passato non ha potuto sfruttare appieno le eccedenze di sapere e di esperienza di cui era portatrice. Oggi si potrebbe dire che anche a Trieste si può perché si sono verificate delle condizioni che rimetto in campo competitivo proprio le eccellenze e le particolarità di cui Trieste è, come abbiamo visto, ricca.

Tuttavia perché questo possa avvenire sono necessari due fattori: 1) un salto di qualità nelle innovazioni e 2) un aumento di scala dei moltiplicatori, ossia delle occasioni e dei mercati in cui replicare e applicare le innovazioni generate nel contesto locale.

C’è, quindi, la possibilità di sperimentare nuovi percorsi ma questo non avviene in modo spontaneo e automatico. Al contrario serve una spinta iniziale, una volontà e una progettazione condivisa che spinga le imprese, i soggetti, le istituzioni a investire nel nuovo e a discostarsi dall’esistente.

L’obiettivo, quindi – anche nel presente lavoro – è quello di far emergere nella realtà triestina potenzialità che esistono già, sia pure allo stato latente e che si tratta di liberare e rendere riconoscibili: non progetti velleitari che non hanno una base pre-esistente, ma nemmeno la routine del business as usual che spesso le aziende e le associazioni di rappresentanza adottano in mancanza di scelte più ambiziose.

3.1 Il metodo e i progetti

Partendo dalle interviste realizzate con alcuni operatori locali si sono così individuati alcuni ambiti critici, ossia punti in cui l’equilibrio tra conservazione e cambiamento è precario e in cui, quindi, è più facile e opportuno attivare un circolo virtuoso che, tuttavia, richiede l’applicazione di un metodo rigoroso che prevede cinque assi portanti:

  1. un progetto condiviso di cambiamento, frutto dell’elaborazione culturale e progettuale della città, nelle sue diverse forze e componenti;
  2. un’idea motrice che definisce il significato condiviso del progetto, intorno a cui mobilitare le volontà e gli interessi dei soggetti coinvolti. L’idea motrice, per avere questa funzione maieutica e propulsiva, non deve riguardare interessi individuali o afferenti a settori parziali della società locale, ma deve riguardare aspetti di interesse generale, come la qualità del vivere, del lavorare e del produrre in città. Solo in questo modo essa può avere una propagazione trasversale, tra i diversi interessi e i diversi nuclei sociali della città, creando coalizioni che sostengano la sua propagazione a vari livelli (da quello istituzionale a quello sociale, dalla motivazione etica alla convenienza economica);
  3. un soggetto promotore, che si prenda l’onore e l’onere di presidiare l’idea motrice e di fare gli investimenti necessari per portarla avanti, sollecitando gli altri a unirsi per andare nella stessa direzione;
  4. una o più reti di co-innovazione, composte da imprese che traducono l’idea motrice del progetto in un modello di business che mette insieme le loro risorse e capacità complementari, creando un circuito di divisione del lavoro che distribuisce tra i partecipanti l’investimento, i rischi e i benefici richiesti;
  5. un insieme di condizioni di contesto (proto-reti) che facilitano l’emergere delle idee motrici e delle reti di co-innovazione nel territorio, facilitando i contatti interpersonali e interaziendali tra gli specialisti da coinvolgere (locali, nazionali e trans-nazionali), la diffusione di linguaggi comuni, di codici e certificazioni condivise, di metodologie di lavoro e di gestione degli ordini nelle filiere, di garanzia e fiducia tra i potenziali co-interessati, di trasparenza e comunicazione dei risultati in modo che le idee di successo possano essere replicate e diffuse (in settori e luoghi non concorrenti). Per favorire queste condizioni di contesto sono necessario innanzitutto:

a) lo scambio di contatti diretti tra imprese e tra persone, anche per creare un clima di fiducia e stima reciproche;

b) la diffusione dei linguaggi formali che derivano dalla scienza e che si imparano all’università o nei percorsi professionali di maggiore qualità;

c) la penetrazione delle ICT e diffusione della familiarità con Internet;

d) la certificazione delle competenze e di certe caratteristiche dei prodotti;

e) l’investimento sulla “città creativa”, sui giovani e sulle donne (come varianti culturali che possono arricchire l’economia con idee e aspirazioni nuove).


Invece, gli ambiti critici individuati che costituiscono esempi dimostrativi e un’occasione di riflessione sono:

  1. un progetto sostenibilità, in cui coinvolgere il sistema scientifico-tecnologico locale con imprese di diversi settori (dalla casa alla mobilità);
  2. un progetto caffè, che punta a re-inventare un settore tradizionale fortemente consolidato a Trieste, esplorando nuove possibilità di creazione del valore nella filiera;
  3. un progetto qualità della vita per la popolazione anziana, che può cercare soluzioni innovative, dotate di un grande mercato potenziale, nel rispondere ai problemi della terza età della vita.


La scelta di questi tre progetti – diversi per obiettivo e percorsi da seguire – è giustificata da una ragione metodologica: si tratta di iniziare da alcuni problemi cui la città è sensibile e in cui ci pare esistano i presupposti per un cambiamento. È evidente, tuttavia, che la scelta di promuovere questi tre progetti, o altri, spetta agli attori reali in gioco, ossia da un lato agli attori istituzionali e sociali, dall’altra alle imprese e alle loro reti.

Si tratta di progetti complessi e rilevanti che non possono essere portati avanti dalla sola componente pubblica, né da iniziative private che siano centrate solo su interessi di business delle singole imprese. Ognuna delle cinque linee sopra richiamate necessita di interventi specifici a partire dall’individuazione di una classe dirigente che sappia scegliere la rotta verso cui andare nell’interesse della città.

La necessità è quella di aprire a Trieste un cantiere dell’innovazione, in cui ciascuno degli attori coinvolti continui a seguire la sua logica, ma tenga conto che l’edificio da costruire richiede l’apporto anche di tutti gli altri, per andare oltre il piano terra. La risposta alle diverse esigenze sopra richiamata, va dunque ricercata mettendo insieme, in un processo coerente, tre step necessari, non sempre facili da realizzare:

  1. creare una base di intelligenza generativa, specializzata in alcuni campi di eccellenza, che sia ancorata al territorio ma non confinata in esso, ma che possa anzi lavorare collegandosi con l’intelligenza generativa distribuita nelle filiere e nelle reti che collocano il sistema provinciale nelle filiere e nelle reti del capitalismo globale della conoscenza;
  2. tradurre questa intelligenza generativa in una serie di soluzioni, prodotti, servizi replicabili, e vendibili, che possano essere trasferiti e riprodotti a costo basso in un circuito più esteso possibile (trans-provinciale e tendenzialmente globale);
  3. costruire reti e alleanze capaci di integrare competenze e risorse complementari, appartenenti a imprese, persone e territori diversi, in modo da aumentare la massa critica di intelligenza generativa a disposizione e di estendere al massimo il bacino di uso delle idee replicabili che ne possono derivare.

Come organizzare, praticamente questi tre passaggi chiave, per portare avanti i tre progetti dimostrativi di cui abbiamo parlato?

Il primo step (la creazione di una base di intelligenza generativa legata al territorio) è in parte frutto della storia passata, attraverso il learning by doing derivato dalle esperienze pratiche fatte dagli attori, e in parte è frutto degli investimenti fatti dalle istituzioni locali, dalle imprese e dalle persone in vista del futuro. Per promuovere la formazione locale di intelligenza generativa in relazione a ciascuno dei tre progetti (sostenibilità, caffè, anziani), bisogna per un verso credere nella sua possibilità di successo, e per un altro far rendere gli investimenti fatti. Cosa non facile (spesso si richiede un intervento pubblico per correggere una market failure in questo campo), ma necessaria se si vuole rialimentare gli investimenti in intelligenza generativa fatti all’inizio del percorso.

Il secondo step è in genere affidato alle imprese e alle loro iniziative di business. Si tratta, in questo caso, di rendere disponibile la conoscenza generativa locale – interna o esterna all’impresa – per innovare prodotti, processi e mercati nelle applicazioni presidiate dalle singole imprese, che possono essere assai diverse e mutevoli nel tempo. Ciascuno dei soggetti coinvolti nel circuito di apprendimento collettivo (step 1) deve poter avere la possibilità di declinare quanto appreso nel suo specifico campo di business, naturalmente senza usare in modo opportunistico (contro gli altri) le conoscenze e le relazioni costruite nel progetto comune.


Il ruolo delle reti e delle alleanze (terzo step) è appunto questo: rendere possibile la condivisione e specializzazione delle conoscenze in modo da aumentare i moltiplicatori a vantaggio di ciascuno dei partners coinvolti e da ridurre le aree di potenziale conflittualità.

4. Tre progetti critici su cui lavorare nei prossimi anni:

4. Tre progetti critici su cui lavorare nei prossimi anni: sostenibilità, caffè e anziani
Alla luce di queste premesse, sul metodo di lavoro e sulle azioni da fare per avviare un processo di trasformazione e di creazione di un nuovo futuro per il territorio triestino, si propongono di seguito i tre ambiti critici su cui si è focalizzata l’attenzione per esemplificare una possibile strategia di azione che, partendo dalle ampie dotazioni presenti nel territorio, induca un circolo virtuoso di cambiamento in grado di consentire a Trieste un salto qualitativo nell’innovazione e una più ampia capacità di sfruttare le catene globali della conoscenza in modo che la provincia acquisisca una sua specificità funzionale all’interno delle stesse.

A. PROGETTO SOSTENIBILITA': MOBILITARE IL SAPERE LOCALE PASSANDO DALL'APPROCCIO TECHNOLOGY PUSH A QUELLO DEMAND PULL

A) PROGETTO

La sostenibilità con particolare riferimento al sistema casa (e settori connessi all’abitare) è oggi uno dei campi in cui molte amministrazioni pubbliche giocano una partita importante, sia per aumentare la qualità della vita delle persone, sia per consentire processi di esperienza e di apprendimento competitivo alle imprese locali. Il progetto potrebbe prendere forma in una convention in cui sull’idea confluiscono dei policy makers pubblici (ad esempio la Regione, o la Camera di commercio), le associazioni imprenditoriali maggiormente interessate, le comunità cittadine e di consumatori che credono nella sostenibilità.


B) IDEA MOTRICE

La sostenibilità in quanto idea motrice dovrebbe essere specificata, a Trieste, con una particolare attenzione alle soluzioni tecnologicamente innovative che possono essere demandate al lavoro progettuale e collaborativo delle strutture di ricerca e formazione locali. L’idea motrice dovrebbe in altre parole contenere al suo interno non solo l’obiettivo di un miglioramento della sostenibilità, ma anche quello di una sperimentazione di un rapporto demand pull tra offerta di ricerca/formazione locale e applicazioni pratiche nelle imprese. L’idea motrice è il nucleo intorno cui organizzare lo sviluppo di un nucleo localizzato di intelligenza generativa ancorata al territorio, anche se legata alle filiere applicative e a reti ampie, per moltiplicare gli usi e il valore delle soluzioni replicative messe a punto dalle imprese locali o dalle loro filiere (globali) di appartenenza.

 

C) SOGGETTO PROMOTORE

Il Comune di Trieste si trova nelle condizioni ideale per proporsi come promotore del progetto sostenibilità applicato all’abitare. Non solo il miglioramento della qualità della vita dei cittadini è uno dei punti chiave delle innovazioni amministrative da fare, ma ci sono nuovi spazi da attrezzare, in città, e dunque possibilità ampie per sperimentare soluzioni nuove, grazie ad una domanda pubblica che scegliesse di puntare alla ricerca del nuovo (prima che al basso costo). Queste soluzioni, se elaborate insieme alle imprese locali nei vari settori interessati (o insieme a filiere che hanno anche un insediamento locale) potrebbero innescare l’apprendimento necessario a dare ai produttori locali un vantaggio competitivo nelle loro filiere. Un team di promotori, sotto la leadership del Comune di Trieste, potrebbe fare tesoro delle esperienze e delle capacità disponibili altrove, per integrare il sapere esterno con le capacità imprenditoriali e di progettazione presenti nella città.


D) RETI DI IMPRESE

Se la casa e l’abitare definiscono un prodotto complesso, in cui confluiscono capacità e competenze specialistiche di decine di settori diversi, è ovvio che cambiamenti importanti nel campo possono essere ottenuti solo attraverso la creazione di reti di imprese, per mettere in moto processi di co-innovazione all’altezza della sfida da affrontare. Intorno alla stessa idea motrice (la casa sostenibile, la qualità dell’abitare) possono nascere decine di reti ciascuna delle quali può declinare il concetto generale in una variante particolare, offerta al consumatore come “stile di vita” che egli è in grado di riconoscere, apprezzare e pagare. Le reti dovrebbero avere un nucleo localizzato nel territorio triestino, ma possono anche comprendere imprese che apportano risorse complementari esterne (la conoscenza di mercati diversi da quello locale, tecnologie e capitali necessari alla produzione e commercializzazione del prodotto, reti di vendita e marchi utili alla valorizzazione dei prodotti e servizi offerti ecc.). Queste reti sono i naturali interlocutori dei soggetti locali che offrono ricerca e formazione, e che possono fungere anche da intermediari verso il circuito mondiale della scienza, della tecnologia e del management, in funzione dei problemi comuni affrontati, in una logica collaborativa e demand pull.

E) PROTO-RETI

Nel caso di un progetto sostenibilità da giocarsi sul terreno delle nuove tecnologie ci sono almeno quattro tipi di proto-reti che diventano essenziali per il successo del progetto:


1. La creazione di un circuito esteso di giovani ricercatori che sono assunti dalle imprese ma che per un giorno la settimana (ad esempio) tornano all’università per mantenere il contatto con i propri colleghi e con gli avanzamenti della ricerca internazionale, costituendo alla lunga una “comunità professionale” ricca di intelligenza generativa, in prevalenza localizzata nell’area triestina;


2. Il progressivo sviluppo di una community di utilizzatori degli spazi abitativi e cittadini, aperta anche alle imprese che nei vari settori contribuiscono a organizzarlo, in modo da permettere non solo processi dialogici di comunicazione e problem solving tra domanda e offerta, ma un’originale elaborazione di senso condiviso in merito all’abitare;

3. Un servizio di certificazione, appoggiato ad un’Agenzia locale o a una rete di certificazione già esistente, cosa che consente di definire in modo condiviso la qualità dei prodotti e delle competenze disponibili nel campo della sostenibilità

4. La diffusione capillare delle ICT e dei linguaggi informatici, per mettere in circolo settori e luoghi differenti, in rapporto alle tecnologie per la sostenibilità.

B. PROGETTO CAFFE': COME RE-INVENTARE UN BUSINESS TRADIZIONALE

A) PROGETTO

È utile fare il punto sulle tendenze future del settore del caffè, costruendo un team di riflessione strategica che comprende le imprese locali (grandi e piccole) e gli operatori della filiera, ma che sia aperto anche all’apporto di esperti di tipo scientifico-tecnologico e commerciale-comunicativo (locali e internazionali). Il progetto dovrebbe definire un percorso di evoluzione del distretto triestino con particolare attenzione ai nuovi modi di produzione, trasporto e fruizione del caffè, lavorando anche su cambiamenti importanti dal lato della tecnologia e del significato simbolico del consumo.

B) IDEA MOTRICE

L’idea motrice è quella di legare la fruizione del caffè alla qualità della vita, prima che all’alimentazione in senso stretto. Questo significa cercare sinergie con imprese che producono significati e che allestiscono i contesti di impiego, integrando la fornitura di caffè con le macchine, le confezioni, gli ambienti (arredamento), le attività connesse.

C)  SOGGETTO PROMOTORE

Il soggetto promotore che è già in pista su temi del genere è il Distretto, che andrebbe riconfermato in questo ruolo, a presidio dell’idea motrice e del carattere aperto ed evolutivo del progetto. La partecipazione delle imprese leader, in rapporto al territorio e alla filiera con cui hanno rapporto, sarebbe molto importante, per dare al progetto la necessaria credibilità e massa critica, in rapporto agli interlocutori da coinvolgere. Ma uguale rilevanza avrebbe l’impegno delle associazioni imprenditoriali locali a impegnarsi nel favorire le attività del progetto, a vantaggio non solo dei loro associati ma anche del sistema triestino nel suo insieme.

D)  RETI DI IMPRESE

All’interno del quadro complessivo, si tratta di identificare alcune applicazioni capaci di tradursi in modelli di business nuovi e redditizi, coinvolgendo le imprese che sono dotate delle risorse e capacità necessarie a fare innovazioni che superano l’ordinaria amministrazione. Le reti, nelle varie forme contrattuali possibili (compreso il contratto di rete), possono essere un ottimo frame per lo sviluppo di una maggiore collaborazione tra imprese piccole e grandi, manifatturiere e terziarie, locali e trans-nazionali, sfruttando la potenziale complementarità dei loro apporti. Le reti che possono essere messe in cantiere, esplorando la fattibilità dei loro obiettivi, dovrebbero presidiare problemi molto sentiti e di impatto immediato, come un rapporto più stretto con la tecnologia e con i produttori di macchine; lo sviluppo di un marchio di qualità collettivo, ancorato al territorio; la creazione di presenze commerciali di tipo nuovo, in alleanza con fornitori e distributori che possono fornire risorse complementari al progetto.

E)  PROTTO-RETI

Il Distretto, con le sue attività, fornisce già una cornice utile alla reciproca conoscenza e fiducia tra i potenziali partners del progetto, che hanno una base locale e che appartengono alla filiera del caffè, in senso tradizionale. Un impegno particolare dovrebbe dunque essere messo nell’integrare questo circuito di base con interlocutori che sono esterni all’area triestina o che operano in settori complementari, per ora non sufficientemente coinvolti. Un investimento relazionale va fatto verso gli users e il mondo del consumo, favorendo lo sviluppo di un approccio simbolico e narrativo all’idea di “caffè” intesa come un aspetto non marginale della qualità della vita e del senso dato ai rapporti sociali, anche nei circuiti aziendali di lavoro.

C. PROGETTO QUALITA' DELLA VITA IN ETA' MATURA: BISOGNI EMERGENTI, DA INTERPRETARE CON SCHEMI NUOVI

A) PROGETTO

Un progetto per gli anziani, di tipo innovativo, richiede senz’altro una gamma molto differenziata (e complementare) di apporti. Da un lato gli Enti pubblici direttamente coinvolti nei problemi di assistenza agli anziani (Comune, Provincia, Servizio Sanitario); dall’altra le imprese e il terzo settore che possono disegnare e offrire servizi innovativi; in terzo luogo le comunità e le famiglie che si dedicano al problema. Il punto di partenza di una condivisione progettuale in questo campo potrebbe essere un incontro iniziale sul tema (il futuro dei servizi agli anziani) che faccia il punto sulle iniziative già in essere in altre città, sugli obiettivi da perseguire e su alcune linee di sperimentazione possibile a Trieste.


B) IDEA MOTRICE

L’idea motrice intorno cui costruire il progetto dovrebbe essere quella di fare evolvere la domanda generale di servizi commerciali, residenziali, di manutenzione, intrattenimento, cura ecc. in una forma che sviluppa proposte focalizzate sullo specifico segmento della popolazione anziana. Questa evoluzione dovrebbe essere sincronizzata dal lato della domanda (con un intervento che fa emergere nuovi bisogni e nuove possibilità) e dal lato dell’offerta di servizi (con un intervento che sperimenta concetti e sentieri di innovazione di tipo diverso da quelli messi a punto in passato). L’obiettivo verso cui tendere è l’uso della tecnologia e di nuove modalità, creative, di rapporto domanda-offerta per aumentare la qualità del servizio reso e ridurre i costi (o per lo meno non aumentarli), integrando come fonti di finanziamento le disponibilità pubbliche nel campo con quelle messe in gioco dai privati interessati (persone, famiglie, comunità). Dal lato dell’offerta, l’obiettivo è quello di alimentare nuovi modelli di business che possano rendere con l’espansione del bacino di ri-uso delle buone idee messa a punto nel mercato locale.


C) SOGGETTO PROMOTORE


È importante che un progetto dal forte significato sociale come questo sia fatto proprio, promosso e regolato dall’Autorità pubblica, e, nel caso di Trieste, dal Comune che rappresenta istituzionalmente la popolazione della città. Naturalmente, come abbiamo detto, il Comune potrebbe lanciare l’idea e fare i primi – limitati – investimenti di avvio del processo (ad esempio usando la domanda pubblica per commissionare alcune esperienze innovative a imprese possibilmente locali, ovviamente attraverso una gara), mentre alle associazioni imprenditoriali toccherebbe il compito di promuovere la formazione di reti di imprese al servizio dei nuovi modelli di business prefigurati in questo campo. La domanda dovrebbe invece essere organizzata e indirizzata da un lavoro di comunità che tocca alle persone e alle associazioni sensibili a queste problematiche. Tutto questo cercando di dare ai diversi piani di lavoro una regia condivisa.


D) RETI D'IMPRESE

Le reti di impresa da formare in questo campo dovrebbero fare riferimento agli specifici modelli di business emergenti dall’idea motrice sopra delineata. Due campi sono da presidiare sicuramente, perché riassumono contenuti molto innovativi, rispetto alle prassi di offerta e di domanda precedenti: la creazione di un circuito commerciale di acquisti e consegne on line focalizzato sulla popolazione anziana; lo sviluppo di forme di terapia e di intrattenimento a distanza, appoggiato a sistemi a rete che implicano competenza nelle ICT, partecipazione attiva delle persone allo sviluppo del servizio (dal lato della domanda e da quello dell’offerta), attrezzatura e domotica per gli spazi abitativi e per le imprese di offerta, costruzione di comunità tra le persone coinvolte. Le reti che nascono in questi campi devono mettere insieme le risorse complementari per ottenere questi risultati, ma devono anche pensare a esportare il servizio, moltiplicando u un bacino vasto di uso l’impiego del modello messo a punto a Trieste. Questo ignifica che nelle reti di impresa dovranno essere bene accolte imprese che presidiano altri luoghi e altre esperienze, in modo che quanto viene messo a punto a Trieste abbia possibilità di replica anche altrove.

E) PROTO-RETI

Quando si ha a che fare con una fascia debole, ma fortemente ramificata, di popolazione, è abbastanza evidente che niente di operativo e conveniente può nascere se in precedenza non si è creato un solido tessuto connettivo che consenta di “credere” nel progetto comune e di fidarsi degli altri con cui si deve imparare a lavorare, e a cambiare. Le proto-reti che servono a questo progetto sono appunto le comunità locali e le associazioni che da sempre lavorano con la terza età. Un loro coinvolgimento nel progetto dovrebbe potenziale la loro capacità di proposta e di attrazione nella società locale, creando anche connessioni con le città vicine, a cominciare dalla regione Friuli Venezia Giulia ma andando anche oltre, ovunque si possano individuare esperienze interessanti con cui collegarsi.
Un investimento utile da fare, per questo progetto, è anche nelle proto-reti della cultura ICT diffusa. Come si è detto molte volte, le ICT sono una risorsa abilitante, tanto più rilevante se consentono di ovviare agli inconvenienti di una limitata mobilità (fisica) delle persone. Le imprese che lavorano in questo campo dovrebbero essere sostenute e coinvolte nella progettazione.
In terzo luogo, una risorsa connettiva fondamentale è la capacità di raccontare e di raccontarsi: la qualità della vita è, infatti, una questione di significati più che di parametri oggettivi. E i significati vanno costruiti dando senso a quello che si è fatto e che si fa. Le strutture narrative (letteratura, cinema, televisione, eventi, arte) e le strutture formative (concetti e materie dei percorsi formativi) sono elementi essenziali per immaginare un senso della terza età che non sia solo negativo, ma abbia anche possibilità di generare valore, per la persona e per il sistema produttivo che si pone al suo servizio.

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